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Una vita fra donne e best seller
by Maigret on Jan.02, 2010, under Stampa
Ho trovato un vecchio articolo pubblicato su Repubblica.it, datato 22 gennaio 2003, e ho deciso di postarlo qui, per aggiungere quanto piu’ materiale possibile dedicato al mitico commissario Jules Maigret.
Se ancora vivesse, Georges Simenon sarebbe oggi centenario: compirebbe il secolo, per l’ esattezza, il 12 febbraio. I suoi libri si pubblicano dovunque a decine, editi da case di qualità o addirittura elitarie, come da noi l’ Adelphi. E comunque, non si può affatto dire che quello del romanziere francese di origine belga – era nativo, infatti, di Liegi e morì a Parigi nel 1989 – sia un successo postumo. Anche in vita, il portentoso Simenon è stato considerato, oltre che un best seller, un maestro. Nel suo caso, paragonabile forse a quello di un Raymond Chandler, la qualità di «giallista» non basta a esaurirne la personalità né a spiegare la stima che gli professano pubblico e critica.
Non è dunque una questione di «genere». Ce lo conferma un suo ammiratore, Carlo Fruttero, che lo considera un grande scrittore senza aggettivi. «Ciò che stupisce in Simenon», dice Fruttero, «è la concretezza della scrittura. Leggevo giorni fa un suo breve romanzo, La pioggia nera. In poche pagine, lui riesce a mettere insieme una vecchia zia, una città, un intero ambiente di provincia. Possiede un senso rigoroso della sintesi: è il suo dono.
Il suo è stato l’ ultimo occhio “balzacchiano”. Solo chi crede nella realtà può riuscire a disegnarla con mezzi così strepitosamente succinti» Se non ricordo male fu Marcel Aymé, romanziere e commediografo assai noto sulla metà del Novecento, a definirlo «un Balzac senza lungaggini». «Aveva ragione. Simenon usa pochissime parole. Mette un aggettivo all’ inizio o alla fine di una frase, e gli basta. Mi viene in mente un altro suo libro, Les anneau de Biceptre. E’ la storia di un grande giornalista, che una sera partecipa a un pranzo fra amici. A un certo punto si sente male. E’ un infarto. Lo portano all’ ospedale. Appena sta meglio riceve molte visite.
Nel vedersi intorno tante facce note, il malato passa al setaccio l’ intera sua vita. Ne vien fuori una sorta di tolstojano Ivan Ilich modernizzato alla Simenon. Non so chi potesse mettere insieme un ritratto, un libro, con uguale limpidezza e vigore. La verità è che Simenon era una persona forte. Aveva cominciato a scrivere, a dodici anni, dei romanzi di avventure che non si ricordano più, e poi non ha mai smesso, producendo migliaia di pagine fino a ottant’ anni e oltre. Per fare questo, e per frequentare duemila donne come è capitato a lui, occorre essere un “eccessivo”, uno della tempra di Victor Hugo, di Tolstoj, di Balzac o di Dickens (benché quest’ ultimo non fosse un ganimede). Gente potente sotto ogni riguardo». Fruttero, tu preferisci i romanzi della serie Maigret, o gli altri? «Tutti, in pratica.
Prendo a caso un libro che s’ intitola L’ enterrement de M. Bouvet. Vi si racconta di un avvocato famoso che viene trovato morto per strada, vestito da barbone. Ma perché è diventato un barbone? La spiegazione dell’ enigma è tutto il libro. Un libro esile: a dargli forza è proprio questa economia espressiva».
Chi è Maigret? A quale altro detective letterario somiglia? «A nessuno. La grande trovata di Simenon è l’ aver costruito un poliziotto burocrate, legato agli uffici del Quai des Orfèvres. Un “poliziotto di polizia”, appunto, e non un dilettante ricco e geniale che indaga in veste da camera. Poirot o Scherlock Holmes erano persone raffinatissime chiamate dalle grandi famiglie a sciogliere misteri criminali. Lui è un uomo modesto, con le scarpe nere e il sigaro». Da La donna della domenica (1972) ad A che punto è la notte (1979), tu hai scritto con Franco Lucentini, scomparso l’ estate scrorsa, dei gialli memorabili. Avete mai pensato, mentre ci lavoravate, a Simenon? «Dio sa se avremmo desiderato scrivere ogni anno, come lui, un paio di romanzetti di 120 pagine. Ma, benché fossimo in due, quella forza non l’ avevamo. Amavamo Simenon, con qualche invidia per la sua capacità di creare storie brevi e fulminanti». Nella schiera degli ammiratori di Simenon ce n’ è uno molto celebre: André Gide. Si diceva affetto da «simenonite». Lo definiva «un animale da romanzo». «Non mi stupisce. Gide era un critico molto acuto. E’ stato per trent’ anni il signore delle lettere francesi, un vero bonzo dell’ intellighenzia europea. Scriveva con enorme fatica dei romanzi che oggi pochi riescono a leggere». Fra questi ultimi non figurava Simenon. In un volumetto sui rapporti fra i due scrittori, pubblicato tempo fa da Rosellina Archinto con prefazione di Marco Vallora, fa spicco una confessione molto franca e un po’ ingrata. «Ho tentato di leggere Gide», racconta Simenon. «Non ci sono mai riuscito». «I due erano agli antipodi. Simenon non c’ entrava niente con la Nouvelle Revue Francaise. Non faceva parte di alcuna élite. Lo intrigavano la portinaia, il carbonaio, il barista, la cassiera. Non frequentava letterati. C’ erano tanti curiosi che andavano a trovarlo, con l’ aria di indagare su un fenomeno. Gli intellettuali di grido, invece, lo consideravano volgare: aveva scritto un romanzo dietro la vetrina di un negozio della Citroen o della Renault. Nell’ ammirazione di Gide doveva esserci anche dell’ invidia per tanta naturalezza, per lo sguardo vivo che Simenon aveva, e che lui – Gide – aveva perso. Si tratta di una dote rara. Fra i nostri contemporanei italiani, forse solo Mario Soldati ha posseduto tanta forza elementare. Andava a Bardonecchia o a Cuneo e riusciva a reinventarle, racchiudendole in uno sguardo preciso, entusiasta. Con le loro case, i colori, la pioggia o la neve. Di simili “scrittori di sguardo” oggi c’ è penuria. Prevalgono i pastiches, le parodie, le allusioni. Si costruiscono falsi trumeaux, magari anche ben fatti. Ma sono operazioni di secondo grado. Non so se il mondo è diventato più difficile da guardare o se mancano gli occhi capaci di scrutarlo». La domanda è fatale. C’ è oggi un Simenon italiano? Esiste un Maigret? Che cosa pensi di Andrea Camilleri e del suo Montalbano? «Sì, Camilleri ha un po’ il talento di Simenon. Riesce a fare romanzi brevi. Tanti, e tutti con una trama sostenibile. La sua lingua è ben inventata. La sua Sicilia è bella. I casi sono ben trovati. Quel suo poliziotto è un protagonista centrato: fra l’ altro, condivide disinvoltamente con dei personaggi più che collaudati – Maigret, appunto, o Nero Wolfe – la passione per la buona cucina. Insomma, trovo che Camilleri sia uno scrittore più che degno. Anche la serie televisiva mi diverte. E’ stata, in un certo senso, una rivelazione. Dev’ esserlo stata per lo stesso Camilleri». -
NELLO AJELLO
A Cena con Simenon e il Commissario Maigret
by Maigret on Nov.30, 2009, under Stampa
Questo gustosissimo trattato ci presenta i due personaggi, Simenon e Maigret, alle prese con il cibo.
Ad una serie di ricette che sono ricostruite attraverso i piatti dell’infanzia di Simenon ed i menu dei bistrot di Parigi degli anni 50, vengono accostati i commenti di Maigret ai piatti che lui stesso gusta nei bar di Parigi, o che sua moglie amorevolmente prepara.
Ad accompagnare questo ameno percorso gastronomico, un racconto scritto dall’autore à la maniére de Simenon e le foto dei luoghi ove il commissario amava andare a passeggiare, a rifugiarsi ed a riflettere.
A cena con Simenon: Voici une baguette! Voilà le fromage!
“E Maigret guardava la carne rosa del cosciotto, quel che restava dell’insalata profumata. Era veramente appetitoso…
Aveva fame. E c’era quel cosciotto gustoso a qualche centimetro dalle sue narici. Due pezzetti tagliati restavano sul piatto. Ne prese uno con le dita e lo mangiò, sempre parlando come se fosse stato, anche lui, uno di casa”-da Maigret al Liberty Bar
Robert J. Courtine, insigne gastronomo di fama internazionale, ci offre uno spaccato della Francia degli anni 50 attraverso la figura dell’amato commissario Maigret… a tavola.
Georges Simenon, di padre vallone e madre fiamminga, durante l’infanzia ebbe modo di apprezzare entrambe le facce culinarie della sua terra di origine. Crebbe con una netta preferenza per la cucina casalinga, fatta di ingredienti semplici e genuini. Fu un amante delle cozze, delle patate fritte e della torta di riso, piatti che in Belgio sono popolari quanto la pizza in Italia. Comunque, non disdegnava ricette più sofisticate come il flan ed il fegato lardellato, di eredità fiamminga.
Dalla realtà alla finzione letteraria: Maigret divideva le sue preferenze tra la cucina della moglie che lo accoglieva con meravigliosi profumi ad ogni ritorno a casa e i piatti dei bar e dei bistrot parigini.
Piacevolissima la prefazione di Simenon, che è amico dell’autore.
Mio Marito Maigret
by Maigret on Nov.30, 2009, under Stampa
Libro di Barbara Notaro Dietrich
Il racconto di un amore speciale
INIZIA UN PO’ BANALMENTE, TANTO PIÙ PERCHÉ RISPONDE SUBITO AL TITOLO E IL LETTORE NON riesce ad essere conquistato come le storie bagnate e fumose di Simenon.
Ma bisogna seguire quello che la moglie ha dadire a Simenon, a tutti… specialmente chio adora Maigret, che lo pensa con la figura di Gino Cervi e il mito di una Francia fascinosa, parigina ma anche di provincia, di confine o brughiera.
Allora aspettiamo e procediamo fiduciosi in ascolto della sua versione, la sua prospettiva, il suo amore, i suoi giorni non al fronte ma all’ombra di un omone sempre più profondo e sfaccettato di quello simenoniano.
Ma Maigret sfugge a tutti, alla Francia, alla televisione, a Maigret, a Barbara Notaro Dietrich, alle pagine scritte. Non è solo letteratura e racconto, non è eroe giovane e bello… è Maigret anche senza pipa e cappello, è Maigret senza delitti. E’ un compagno di strada e di storie, come un uomo sa bere, fumare, camminare, andare a letto, baciare la moglie, mangiare. Uomo di terra e di cielo, di acqua e di città.
Per fortuna l’autrice ha contribuito ad alimentare il mito e me lo ha preservato, non è poco davanti ad un personaggio che va aldilà del suo capolavoro.
Barbara Notaro-Dietrich, Mio Marito Maigret, Edizioni e/o, Euro 14,00 – pp. 180
Addio 36 quai des Orfèvres: così Parigi sfratta Maigret
by Maigret on Nov.30, 2009, under Stampa
PARIGI - Un criminale che si rispetti non vuol essere portato in un volgare commissariato di quartiere. Un vero pericolo pubblico, in Francia dimostra il suo carisma nel mondo della delinquenza solo quando viene accompagnato al 36 quai des Orfèvres: “la Torre”, la “casa a punta” o “il 36″ nel gergo dei poliziotti.
Difficile non pensare subito al commissario Maigret o a Louis Jouvet nei panni dell’ispettore Antoine nel celebre film di Henri-George Clouzot, premiato a Venezia nell’immediato dopoguerra. Dire quai des Orfèvres significa evocare una Parigi in bianco e nero, stanze affumicate, misteri criminali. Un profumo d’altri tempi, incarnato per noi italiani dal fisico pacioccone di Gino Cervi.
Una leggenda, insomma, che fra qualche anno non esisterà più: il quai des Orfèvres trasloca. Dove non si sa ancora, ma sicuramente in locali moderni, attrezzati con tecnologie sofisticate, ben aerati, lindi e asettici come gli uffici del XXI secolo. Tutto il contrario del “36″, fatto di stanzette, di piccoli locali, sempre costretto a cercare nuovi spazi e a contenderseli con gli altri uffici del palazzo di Giustizia.
Il nuovo questore della capitale, Michel Gaudin, è deciso a portare a termine un progetto spesso vagheggiato e mai attuato dai suoi predecessori: dare una nuova sede alla polizia giudiziaria. Che occupa dodici locali diversi sparsi in tutta la città. Gaudin non è un romantico. Il mito della “Torre” certamente lo affascina, ma quel che conta è l’efficienza e il “36″ non è più al passo con i tempi. Del resto, Scotland Yard ha lasciato il celebre White Hall quarant’anni fa e non si vede perché la polizia giudiziaria parigina e le sue numerose sezioni (criminalpol, buoncostume, antimafia e via dicendo) debba restare in quei locali costruiti nel 1891.
La sezione più famosa della polizia giudiziaria è certamente la “crim”, la Brigade criminelle, quella incaricata di indagare sui crimini più gravi. I suoi locali sono gli stessi dall’inizio del Novecento: scala A, terzo e quarto piano. La leggenda vuole che Georges Simenon abbia salito spesso, quando era giornalista, i 148 gradini ricoperti di linoleum nero che portavano negli uffici della “crim”. Osservando Monsieur Nicolle, che la dirigeva, avrebbe ideato il personaggio di Maigret. Un commissario immaginario, dicono i poliziotti, perché alla “crim” non si lavora da soli, come Maigret, ma in gruppo. In realtà, pare che Simenon non abbia messo i piedi al “36″ fino al 1952, quando fu invitato in pompa magna dall’allora patron della criminalpol, Xavier Guichard.
Il lato leggendario ha influenzato anche i dirigenti della “crim”, come Olivier Foll, che ha lavorato lì tra il 1995 e il 1997: “Di quel luogo mitico, mi ricordo l’atmosfera di certi film o dei romanzi polizieschi – ha detto al Figaro – quando salivo la scala centrale in inverno. Ma i crimini erano reali”. E Robert Broussard, uno dei più famosi poliziotti francesi degli ultimi trent’anni: “Con il suo odore unico, la sua aria da pensione di famiglia, il “36″ ispira la nostalgia. Ma le cose sono cambiate, lo spirito non è più lo stesso, anche se il nocciolo duro è sempre quello”.
fonte:Repubblica.it (2007)
Iniziativa Editoriale.
by Maigret on Jul.25, 2009, under Stampa
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E‘ partita, lo scorso 24 giugno, una nuova (e, a mio avviso lodevole) iniziativa editoriale del Corriere Della Sera, dedicata a Georges Simenon, e a Maigret.
Per saperne di piu’ seguite QUESTO link (si aprirà in una nuova pagina).
Maigret: una pipa, una vecchia stufa e la bellezza delle Halles a primavera
by Maigret on Jul.25, 2009, under Stampa
Un dizionario del cuore per scoprire tutti i segreti del successo
Le inchieste di Maigret si possono prendere a una a una o tutte insieme, nel loro cospicuo (76 romanzi e 26 racconti, dal 1931 al 1972) insieme di novecentesca commedia umana. In ogni caso la lettura è remunerativa, perché l’autore, Georges Simenon, è a pieno titolo un classico e il personaggio- commissario è ancora uomo del nostro tempo. Per rendersene conto, basta entrare nel mondo interiore di Maigret. Nel suo linguaggio. Nel «dizionario» del suo cuore.
Ambiente «Tutti si chiedevano cosa pensasse, mentre in realtà non pensava nulla. Non stava nemmeno cercando di scoprire degli indizi nel vero senso della parola: si limitava a lasciarsi permeare dall’ambiente». (Il cavallante della «Provvidence» )
Boulevard Richard-Lenoir L’abitazione di Maigret. «La signora Maigret entrò nella camera da letto, tappezzata di carta a mazzi di rose. Maigret, stanco, con gli occhi segnati, era disteso nel letto matrimoniale sul quale spiccava una trapunta di seta rossa». ( Pietr il Lettone)
Commissario «Era un commissario di prima classe con uno stipendio di 2.200 franchi al mese, il quale ogni volta che chiudeva un caso, dopo aver messo gli assassini sotto chiave, doveva sedersi alla scrivania, prendere un foglio di carta, fare l’elenco delle spese, pinzarvi le ricevute e le pezze giustificative, quindi litigare con il cassiere! Maigret non possedeva auto, né milioni né una schiera di collaboratori. E se si permetteva di disporre di uno o due agenti doveva poi mostrarne l’utilità». (Pietr il Lettone)
Donne «Rise. Una risata schietta, argentina. Da lei emanava quello che i cineasti americani chiamano sex-appeal. Perché una donna può essere bella ma non seducente, mentre altre dalle sembianze meno perfette risvegliano il desiderio o un senso di romantica nostalgia».
(Ilcrocevia delle tre vedove)
Évariste Maigret Padre di Maigret, intendente del castello di Saint-Fiacre. «Maigret vide come l’avesse avuto davanti agli occhi il piccolo ufficio del padre, vicino alla scuderia, il sabato alle cinque. Tutti quelli che lavoravano al castello, dalle guardarobiere ai braccianti a giornata, aspettavano fuori. Il vecchio Maigret, seduto alla scrivania coperta di percalle verde, faceva delle piccole pile di monete d’argento. I dipendenti entravano a uno a uno e firmavano il registro, magari solo con la croce…». ( Il caso Saint- Fiacre)
Figli «’Lei ha figli, commissario?’. Questa volta fu Maigret a girare il capo dall’altra parte. Per sua moglie il fatto di non avere figli era un cruccio. Quanto a lui, evitava accuratamente l’argomento’. ( I sotterranei del Majestic)
Giudicare «Si sentiva di fronte agli esseri umani che avrebbe dovuto giudicare, più umile e disarmato che mai» ( Maigret e i vecchi signori). «’La vita non è facile per nessuno…’ riprese il barbone. ‘Neanche la morte…’. ‘Quello che è impossibile, è giudicare’». ( Maigret e il barbone)
Halles «La primavera diffondeva nell’aria e nella vita di Parigi un’allegria spensierata. Certi oggetti e certe persone — le bottiglie del latte davanti a ogni porta, la lattaia col grembiule bianco accanto alla bancarella, il camion che, di ritorno dalle Halles, seminava qua e là le ultime foglie di cavolo — gli apparvero come immagini di quiete e di gioia di vivere». ( La chiusa n. 1)
Intuito «Aveva quarantacinque anni. Metà della vita l’aveva passata nei più diversi reparti della polizia: buoncostume, narcotici e poi polizia municipale, ferroviaria, addetta alle sale da gioco… Quanto bastava per eliminare ogni velleità di misticismo e far perdere ogni fiducia nell’intuito ». ( Il defunto signor Gallet)
Janvier «Poco più in là, sul bordo di pietra della banchina, un giovanotto biondo con l’impermeabile e un berretto grigio sembrava sorvegliare le operazioni di scarico del cemento dalla chiatta. Era l’ispettore Janvier, uno degli agenti più giovani ( 25 anni, ndr) della Polizia giudiziaria». ( Unatestain gioco)
Lucas Ispettore che lavora con Maigret. «Tra loro non c’era bisogno di spiegazioni». ( Il cavallante della «Providence» )
Moglie «’Mia moglie ( Louise, ndr) ha telefonato?’. ‘Sì, questa mattina… Le hanno detto che era in missione…’. Ci era abituata. Lui sapeva che se fosse rientrato a casa si sarebbe limitata a dargli un bacio, ad armeggiare con le pentole sul fuoco e a riempirgli il piatto di qualche intingolo dal profumo invitante. Al massimo avrebbe azzardato, ma solo quando lui fosse stato a tavola, e contemplandolo con il mento fra le mani, un ‘Come va?’. A mezzogiorno o alle cinque, avrebbe comunque trovato il pasto pronto». ( Pietr il Lettone)
New York «’È così difficile, a New York, riuscire a capire da dove vengano le persone!’». ( Maigret a New York)
Omicidio «Con gli anni Maigret ha imparato che non si ammazza senza un motivo, anzi senza un serio motivo. E anche ammesso che l’omicidio fosse opera di un folle o di una folle, si trattava comunque di una persona in carne e ossa, che faceva parte dell’ambiente della vittima ». ( Maigret e i vecchi signori)
Pipa «Maigret aveva assunto la sua espressione più cocciuta. Camminava adagio, le mani in tasca e la pipa tra i denti. Era una pipa perfettamente proporzionata alla sua faccia larga e massiccia: conteneva quasi un quarto di pacchetto di trinciato». ( Il porto delle nebbie)
Quai des Orfèvres, 36 Ufficio di Maigret. «Appesa al muro, dietro la scrivania, c’era un’enorme carta geografica, davanti alla quale Maigret si piantò, imponente e massiccio, con le mani in tasca e la pipa a un angolo della bocca ». «Dalla finestra intravedeva un braccio della Senna, place Saint-Michel, una chiatta-lavatoio, il tutto in un’ombra azzurra, costellata via via dalle luci dei lampioni a gas che si accendevano ». ( Pietr il Lettone)
Realtà «Si è pronti a tutto, ma non alle bizzarrie della realtà». ( La casa del giudice)
Stufa «Il commissario attizzò il fuoco nella stufa. In tutti gli altri edifici c’era il riscaldamento centrale, ma lui non lo sopportava ed era riuscito a tenersi la vecchia stufa di ghisa che stava lì da vent’anni». ( I sotterranei del Majestic)
Teoria della crepa «Dentro di sé la chiamava ‘la teoria della crepa’. In ogni malfattore, in ogni delinquente c’è un uomo. Ma c’è anche e soprattutto un giocatore, un avversario: ed è questo che la polizia tende a vedere in lui, è questo che, in generale, affronta. La lotta viene ingaggiata su dati più o meno oggettivi, come ogni problema a una o più incognite che la ragione si sforza di risolvere. Maigret agiva come gli altri. Ma lui cercava, aspettava, spiava soprattutto la ‘crepa’. Il momento in cui, in altri termini, dietro il giocatore appare l’uomo». ( Pietr il Lettone)
Uomini «I fatti possono concedersi il lusso di essere — o di sembrare — complicati. Gli uomini, invece, sono più semplici di quanto ci si immagini». ( Maigret a New York)
Verità «’Ebbene, di verità ancora non ce ne sono… Forse un giorno ce ne sarà una… O forse no…’». ( Il cane giallo)
Zia «A prima vista quella storia era non meno assurda di una fiaba o dei racconti edificanti che si trovano nei libri di lettura. Ma lì, davanti alla principessa, si sorprendeva a crederci, ad adottare il loro modo di vedere, di sentire, un po’ come, nel convento della zia, camminava in punta di piedi, parlava sottovoce, traboccante di soavità e di devozione». ( Maigret e i vecchi signori)
Roberto Iasoni
24 giugno 2009
Articolo presente sul sito del Corriere Della Sera a questo indirizzo.


