Ho trovato un vecchio articolo pubblicato su Repubblica.it, datato 22 gennaio 2003, e ho deciso di postarlo qui, per aggiungere quanto piu’ materiale possibile dedicato al mitico commissario Jules Maigret.
Se ancora vivesse, Georges Simenon sarebbe oggi centenario: compirebbe il secolo, per l’ esattezza, il 12 febbraio. I suoi libri si pubblicano dovunque a decine, editi da case di qualità o addirittura elitarie, come da noi l’ Adelphi. E comunque, non si può affatto dire che quello del romanziere francese di origine belga – era nativo, infatti, di Liegi e morì a Parigi nel 1989 – sia un successo postumo. Anche in vita, il portentoso Simenon è stato considerato, oltre che un best seller, un maestro. Nel suo caso, paragonabile forse a quello di un Raymond Chandler, la qualità di «giallista» non basta a esaurirne la personalità né a spiegare la stima che gli professano pubblico e critica.
Non è dunque una questione di «genere». Ce lo conferma un suo ammiratore, Carlo Fruttero, che lo considera un grande scrittore senza aggettivi. «Ciò che stupisce in Simenon», dice Fruttero, «è la concretezza della scrittura. Leggevo giorni fa un suo breve romanzo, La pioggia nera. In poche pagine, lui riesce a mettere insieme una vecchia zia, una città, un intero ambiente di provincia. Possiede un senso rigoroso della sintesi: è il suo dono.
Il suo è stato l’ ultimo occhio “balzacchiano”. Solo chi crede nella realtà può riuscire a disegnarla con mezzi così strepitosamente succinti» Se non ricordo male fu Marcel Aymé, romanziere e commediografo assai noto sulla metà del Novecento, a definirlo «un Balzac senza lungaggini». «Aveva ragione. Simenon usa pochissime parole. Mette un aggettivo all’ inizio o alla fine di una frase, e gli basta. Mi viene in mente un altro suo libro, Les anneau de Biceptre. E’ la storia di un grande giornalista, che una sera partecipa a un pranzo fra amici. A un certo punto si sente male. E’ un infarto. Lo portano all’ ospedale. Appena sta meglio riceve molte visite.
Nel vedersi intorno tante facce note, il malato passa al setaccio l’ intera sua vita. Ne vien fuori una sorta di tolstojano Ivan Ilich modernizzato alla Simenon. Non so chi potesse mettere insieme un ritratto, un libro, con uguale limpidezza e vigore. La verità è che Simenon era una persona forte. Aveva cominciato a scrivere, a dodici anni, dei romanzi di avventure che non si ricordano più, e poi non ha mai smesso, producendo migliaia di pagine fino a ottant’ anni e oltre. Per fare questo, e per frequentare duemila donne come è capitato a lui, occorre essere un “eccessivo”, uno della tempra di Victor Hugo, di Tolstoj, di Balzac o di Dickens (benché quest’ ultimo non fosse un ganimede). Gente potente sotto ogni riguardo». Fruttero, tu preferisci i romanzi della serie Maigret, o gli altri? «Tutti, in pratica.
Prendo a caso un libro che s’ intitola L’ enterrement de M. Bouvet. Vi si racconta di un avvocato famoso che viene trovato morto per strada, vestito da barbone. Ma perché è diventato un barbone? La spiegazione dell’ enigma è tutto il libro. Un libro esile: a dargli forza è proprio questa economia espressiva».
Chi è Maigret? A quale altro detective letterario somiglia? «A nessuno. La grande trovata di Simenon è l’ aver costruito un poliziotto burocrate, legato agli uffici del Quai des Orfèvres. Un “poliziotto di polizia”, appunto, e non un dilettante ricco e geniale che indaga in veste da camera. Poirot o Scherlock Holmes erano persone raffinatissime chiamate dalle grandi famiglie a sciogliere misteri criminali. Lui è un uomo modesto, con le scarpe nere e il sigaro». Da La donna della domenica (1972) ad A che punto è la notte (1979), tu hai scritto con Franco Lucentini, scomparso l’ estate scrorsa, dei gialli memorabili. Avete mai pensato, mentre ci lavoravate, a Simenon? «Dio sa se avremmo desiderato scrivere ogni anno, come lui, un paio di romanzetti di 120 pagine. Ma, benché fossimo in due, quella forza non l’ avevamo. Amavamo Simenon, con qualche invidia per la sua capacità di creare storie brevi e fulminanti». Nella schiera degli ammiratori di Simenon ce n’ è uno molto celebre: André Gide. Si diceva affetto da «simenonite». Lo definiva «un animale da romanzo». «Non mi stupisce. Gide era un critico molto acuto. E’ stato per trent’ anni il signore delle lettere francesi, un vero bonzo dell’ intellighenzia europea. Scriveva con enorme fatica dei romanzi che oggi pochi riescono a leggere». Fra questi ultimi non figurava Simenon. In un volumetto sui rapporti fra i due scrittori, pubblicato tempo fa da Rosellina Archinto con prefazione di Marco Vallora, fa spicco una confessione molto franca e un po’ ingrata. «Ho tentato di leggere Gide», racconta Simenon. «Non ci sono mai riuscito». «I due erano agli antipodi. Simenon non c’ entrava niente con la Nouvelle Revue Francaise. Non faceva parte di alcuna élite. Lo intrigavano la portinaia, il carbonaio, il barista, la cassiera. Non frequentava letterati. C’ erano tanti curiosi che andavano a trovarlo, con l’ aria di indagare su un fenomeno. Gli intellettuali di grido, invece, lo consideravano volgare: aveva scritto un romanzo dietro la vetrina di un negozio della Citroen o della Renault. Nell’ ammirazione di Gide doveva esserci anche dell’ invidia per tanta naturalezza, per lo sguardo vivo che Simenon aveva, e che lui – Gide – aveva perso. Si tratta di una dote rara. Fra i nostri contemporanei italiani, forse solo Mario Soldati ha posseduto tanta forza elementare. Andava a Bardonecchia o a Cuneo e riusciva a reinventarle, racchiudendole in uno sguardo preciso, entusiasta. Con le loro case, i colori, la pioggia o la neve. Di simili “scrittori di sguardo” oggi c’ è penuria. Prevalgono i pastiches, le parodie, le allusioni. Si costruiscono falsi trumeaux, magari anche ben fatti. Ma sono operazioni di secondo grado. Non so se il mondo è diventato più difficile da guardare o se mancano gli occhi capaci di scrutarlo». La domanda è fatale. C’ è oggi un Simenon italiano? Esiste un Maigret? Che cosa pensi di Andrea Camilleri e del suo Montalbano? «Sì, Camilleri ha un po’ il talento di Simenon. Riesce a fare romanzi brevi. Tanti, e tutti con una trama sostenibile. La sua lingua è ben inventata. La sua Sicilia è bella. I casi sono ben trovati. Quel suo poliziotto è un protagonista centrato: fra l’ altro, condivide disinvoltamente con dei personaggi più che collaudati – Maigret, appunto, o Nero Wolfe – la passione per la buona cucina. Insomma, trovo che Camilleri sia uno scrittore più che degno. Anche la serie televisiva mi diverte. E’ stata, in un certo senso, una rivelazione. Dev’ esserlo stata per lo stesso Camilleri». -
NELLO AJELLO
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